C’è, tra i viaggiatori, una passione un po’ morbosa, diffusissima ma appena sussurrata, il feticismo quasi, per i cimiteri delle grandi città: ci sono certo quelli monumentali, famosi per lo loro struggenti opere d’arte, ma spesso si tratta semplicemente di andare a trovare quei personaggi della storia (poeti, attori, filosofi) che ci hanno così spesso accompagnato nei nostri anni formativi, da essere diventati un po’ di famiglia.

A Berlino il più famoso di questi cimiteri è quello di Dorotheenstadt, proprio in fondo alla Friedrichstrasse, dove riposano fra gli altri Hegel, Fichte, i coniugi Brecht e Christa Wolf. Molti però non sanno che qui si trova uno dei più interessanti lavori di James Turrell, che ha realizzato forse la più bella opera di arte sacra di Berlino: la cappella funebre del cimitero di Dorotheenstadt.

James Turrell, pittore del cielo, scultore della luce

Scriveva un critico d’arte che le opere di Turrell sono decisamente noiose da descrivere, ma assolutamente magiche da esperire: cosa dire del resto di un artista che non è per nulla interessato a creare oggetti da guardare, ma piuttosto a cambiare l’esperienza stessa della percezione?

Turrell è diventato famoso per i suoi “Skyspaces”: camere immacolate, in genere collocate in fondo a lisci corridoi, dove l’artista ritaglia semplicemente un quadrato nel soffitto: ed ecco apparire come fosse la prima volta il cielo. La sua opera più ambiziosa (e non ancora terminata) è il grande Cratere Roden, un vulcano spento dell’Arizona che da più di quarant’anni l’artista sta trasformando in gigantesco osservatorio: per manifestare la luce, ricomprendere la terra, e, come facevano i maghi di un tempo, “tirare giù il cielo”.

 

James_Turrell's The Light Inside flickr eschipul

By Ed Schipul from Houston, TX, US – James Turrell The Light Inside, CC BY 2.0

 

Manipolando tutti i dettagli dell’esperienza percettiva, James Turrell cerca di incantare lo spettatore, trascinandolo in uno spazio/tempo dove la fisica della visione (fotoni tradotti in impulsi del nervo ottico) sublima in contemplazione:

“Sento che il mio lavoro è fatto per una persona sola, un individuo da solo. Forse sono io? In realtà è un osservatore idealizzato. A volte sono così irritato quando vado a vedere un’opera d’arte. Ho visto la Monna Lisa quando era a Los Angeles, l’ho vista forse per 13 secondi e poi mi sono dovuto spostare. Ma sai, oggi sta nascendo tutto un movimento slow-food. Forse un giorno vedremo nascere anche la slow-art, e potrò guardarla per un’ora” James Turrell

Anche se le sue premesse sono assolutamente laiche e scientifiche (ha studiato psicologia, astronomia ed è un pilota di aerei), il suo gesto artistico di scolpire la luce (in genere naturale) e ritagliare dal mondo profano uno spazio “altro” suggerisce in molti un contatto con la dimensione del sacro (la parola “tempio” deriva dal verbo greco “temno: tagliare”: uno spazio ritagliato per ciò che non è umano). La cappella del cimitero di Berlino è la sua più esplicita realizzazione in questo senso, visto il contesto in cui si trova e la sua funzione, perché questa opera d’arte è al tempo stesso una chiesa usata dalla sua comunità.

 

La cappella funebre di Dorotheenstadt

Non avendo immagini risalenti a prima della guerra, non sappiamo quale fosse l’aspetto originale della cappella del cimitero di Dorotheenstadt (1928), dopo i bombardamenti su Mitte però era terribilmente danneggiata e in DDR si fece ben poco per rimetterla in sesto, nonostante lì intorno fossero sepolti alcuni dei personaggi più eminenti nella storia tedesca. Negli anni 90 si riuscirono a mettere un po’ di toppe che ne evitarono il crollo, ma solo nel 2015 lo studio berlinese Nedelykov Moreira poté procedere a un restauro completo e la cappella tornò a funzionare.

Quella fu anche l’occasione in cui un ricco mecenate pensò a James Turrell come all’artista più adatto a materializzare la luce divina in cui, per chi ci crede, l’anima sarà accolta alla fine di questa vita. L’artista americano ha lavorato insieme agli architetti berlinesi per espandere l’angusto spazio fisico della cappella con superfici trasparenti e semiopache, in modo che la luce interna artificiale fosse sempre in rapporto con la luce esterna naturale (sua materia di lavoro preferita). Nascondendo sapientemente i suoi LED colorati ha fatto poi in modo che l’origine della luce artificiale non fosse mai percepibile, così che la luce semplicemente “accade”, manifestandosi nello spazio della chiesa proprio come una apparizione divina.

 

Turrell Chapel verde

Foto Samanta Malavasi

 

Certo, ci sono momenti di fucsia ipersaturo in cui sembra di essere nella Chiesa di Barbie, altri istanti in cui il candore si fa così glaciale e apocalittico che uno si aspetta che sull’altare piombi il monolite di Kubrik, ma direi che il fulcro dell’esperienza è nel suo tempo. Non è facile restare un’ora (o più) dentro questa opera d’arte dove apparentemente non c’è niente da vedere. È solo luce che vibra intorno a noi, a volte leggerissima e sfumata, a volte così intensa da essere quasi coagulata sulla nostra pelle. Ma proprio mentre lei gioca a essere a volte onda lieve, a volte particella pesantissima, ci dissolviamo noi, sospesi in un tempo che non assomiglia affatto a quello frenetico della Friedrichstrasse lì accanto, in un spazio “altrove” che non è già più cimitero, ma, in qualunque cosa crediamo, “sacro”.

 

Come visitare la Turrell Chapel

La cappella funebre si visita solo su prenotazione: Turrel Chapel

La visita costa 10 euro e include una breve, interessante presentazione (a giorni alterni in tedesco e in inglese, ma è possibile prenotare anche un tour privato in italiano). Poi si è liberi di restare seduti o muoversi nello spazio, dentro e fuori la cappella, per percepire, sentire sulla pelle, ogni minima variazione luminosa. Non si è obbligati a restare tutto il tempo, ma il mio invito è a fare uno sforzo, sfidando quel modo così “turistico” con cui ci hanno abituato a guardare le opere d’arte: il tempo di fare una foto (che non riguarderemo più) e via, di corsa davanti a un’altra opera mentre la vita scorre veloce come le nostre dita su instagram (sigh!).

Gli orari di visita variano continuamente perché Turrell ha voluto che il suo “osservatore ideale” potesse vivere la sua istallazione luminosa durante il tramonto, quando i colori del mondo naturale giocano in modo più drammatico con i colori delle sue luci artificiali, lasciando così l’ultima parola non a se stesso ma a chiunque abbia creato quella cosa meravigliosa (onda? Particella?) che è la luce.

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